Obiettivi e Motivazione: Metodo Scientifico e Pensiero Razionale

Un articolo pubblicato su Wired, intitolato Science Isn’t About ‘the Truth’ — it’s About Building Models ci ricorda che la scienza non può porsi come obiettivo quello della ricerca della realtà assoluta, della verità, ma si basa sulla cosctruzione di modelli. Questi modelli sono indispensabili per la comprensione della realtà che ci circonda e quindi per effettuare previsioni sul mondo fisico.

Ora, costruire un modello, per quanto possa essere dettagliato, non è altro che un’operazione di semplificazione, di scomposizione e ricomposizione dei fenomeni osservati affinché questi possano essere comprensibili, interpretabili dalle nostre limitate capacità di ragionamento.

Tuttavia, le nostre limitate capacità di ragionamento, o, meglio, la nostra scarsa propensione ad accettare la complessità della totalità della realtà, ci spinge ad accettare il modello stesso come realtà obiettiva, e ad ignorare come “non scientifico” tutto ciò che non può entrare a far parte del modello stesso.

Eppure, in ambito scientifico è stato ammesso che noi possiamo percepire solo ciò di cui abbiamo una precedente esperienza, coscia o soprattutto inconscia. E quei fenomeni di cui non abbiamo percezione? Quegli elementi della realtà che non possiamo includere nel modello perché altrimenti diventerebbe troppo complesso e quindi non utilizzabile a fini scientifici?

Qualcosa ci fa intuire che le cose non stanno proprio così. Appunto, intuiamo che le cose non stanno così, ma considerando irrazionale un sistema percettivo basato sull’intuito, siamo portati a non dar ascolto ai nostri strumenti innati di percezione della realtà. Per noi la ragione è la nostra porta sul mondo.

I limiti della ragione sono tali da chiuderci leteralmente in una gabbia, una prigione per l’anima, che non ha più modo di esprimersi e realizzarsi. E spesso questo crea disagio, conflitti interiori, incapacità di guardarsi e comprendersi, e quindi trovare la giusta direzione verso cui dirigersi, i giusti obiettivi da perseguire.

Se queste riflessioni possono sembrare solo considerazioni personali, allora vorrei provare a sostenerle riportando un breve estratto da uno dei libri di un autore che credo valga la pena di conoscere. Si tratta di Fritiof Capra, fisico e teorico dei sistemi, autore, tra l’altro, del libro che suggerisco in questo post, Il Tao della Fisica, nel quale trova l’unione tra scienza, filosofia e spiritualità.

Giorno 21: metodo scientifico e pensiero razionale

Illusione o realtà della ragione? E se optassimo per l’illusione, cos’è quella ragione a cui ci siamo sempre affidati?
Probabilmente è un prodotto della cultura di una determinata epoca storica, descritto in modo chiaro e circostanziato da Fritiof Capra in un altro suo libro, La Rete della Vita. Ecco da dove nasce il nostro modo di pensare, che, voglio ricordarlo, affonda le sue radici in un momento storico che, prabilmente, per certi versi non abbiamo ancora superato.

Nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo la visione del mondo medievale, basata sulla filosofia aristotelica e sulla teologia cristiana, cambiò radicalmente. La concezione di un universo organico, vivente e spirituale venne sostituita da quella del mondo come macchina, e la macchina-mondo divenne la metafora dominante dell’era moderna. Questo cambiamento radicale fu determinato dalle nuove scoperte in fisica, in astronomia e in matematica a cui si è dato il nome di rivoluzione scientifica e che sono associate ai nomi di Copernico, Galileo, Cartesio, Bacone e Newton.

Galileo Galilei bandì la qualità dalla scienza, restringendo quest’ultima allo studio dei fenomeni che potevano essere misurati e quantificati. Ciò ha costituito una strategia di grande successo per tutta la scienza moderna, ma la nostra ossessione per la quantificazione e la misura ha anche richiesto un tributo pesante. Come dice con enfasi lo psichiatra R.D. Lang:

Il programma di Galileo ci offre un mondo morto: vista, udito, gusto, tatto e odorato perdono ogni attendibilità, e insieme con loro vengono meno da allora sensibilità estetica ed etica, valori, qualità, anima, coscienza, spirito. L’esperienza in quanto tale viene esclusa dall’ambito del discorso scientifico. Negli ultimi quattrcento anni non è accaduto nulla che abbia cambiato il nostro mondo più dell’audace programma di galileo. Dovevamo distruggere il mondo in teoria prima di poterlo distruggere nella pratica.

Cartesio creò il metodo di pensiero analitico, che consiste nel dividere in pezzi i fenomeni complessi per comprendere il comportamento del tutto a partire dalle proprietà delle sue parti. Cartesio basava la sua concezione della Natura sulla separazione fondamentale di due sfere distinte e indipendenti: la sfera dello spirito e quella della materia. Per Cartesio l’universo materiale, inclusi gli organismi viventi, era una macchina che in linea di principio poteva essere compresa completamente analizzandola nei termini dei suoi componenti più piccoli.

La cornice concettuale creata da Galileo e Cartesio – il mondo come macchina perfetta governata da leggi matematiche esatte – venne completata in modo trionfale da Isaac Newton, la cui grandiosa sintesi la meccanica newtoniana, fu il coronamento dei risultati della scienza del diciassettesimo secolo.

E c’è di più. La separazione tra mente e anima, il cogito ergo sum, ha fatto sì che, nel nostro modo di interpretare il mondo, la realtà fisica sia nettamente distinta da quella spirituale, quella parte del sé che la psicologia junghiana definisce “anima”, relegandola ad una sfera dell’esistenza sempre più nascosta.

Eppure il metodo scientifico/razionale non è altro che un prodotto culturale, come dimostrato dagli ultimi cento anni di scoperte nel campo della fisica atomica. Alla visione quantitativa del mondo manca qualcosa: la comprensione della vita.

Nella sua concezione di idealismo, Kant separava il mondo fenomenico da un mondo di “cose in sé”. Egli riteneva che la scienza potesse offrire soltanto delle spiegazioni meccaniche, ma affermava che nelle aree in cui tali spiegazioni erano inadeguate, la conoscenza scientifica aveva bisogno di essere integrata considerando la Natura come un ente dotato di una finalità. La più importante di queste aree, secondo Kant, è la comprensione della vita.

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