Obiettivi e Motivazione: Psiche e Natura

Wolfgang Pauli fu un fisico di fama mondiale, vincitore, tra l’altro del premio Nobel per la fisica nel 1945. La sua storia è bizzarra e fa riflettere molto sulla nostra capacità di percepire il mondo.

A parte il genio che lo portò a vincere il premio Nobel, non molti sanno che Pauli era un attento studioso di psicologia. Paziente per un lungo periodo di Jung, ne divenne poi amico stretto e inestimabile supporto nella ricerca psicologica.

In particolare, dall’unione delle due menti nacquero due testi imprescindibili, per chi volesse sapere di più sul proprio inconscio profondo:

Ma cosa c’entra un fisico con la psicologia del profondo? C’entra eccome!

La spiccata sensibilità al proprio inconscio di Pauli, fornì a Jung materiale prezioso per i suoi studi e diede al fisico una visione della comprensione dei fatti scientifici assolutamente personale.

Perché ne parlo? Perché questa interpretazione ha distrutto in me il mito della razionalità. Per far nascere il dubbio della bontà delle proprie convinzioni. Per invitare ad accettare un’idea di realtà più ampia di quella che possa filtrare dalla sola ragione.

Pauli, grazie anche alla sua stretta amicizia con Jung, arrivò a concepire la scienza non più come scoperta, ma come riconoscimento di un aspetto della realtà già presente in una qualche forma nel nostro inconscio, e, più precisamente, in quella parte che viene definita “inconscio collettivo“, ossia quel coagulo di simboli e figure archetipiche innate e comuni a tutti gli esseri umani del pianeta, indipendentemente dall’origine etnica e dalla cultura di appartenenza.

Pauli dice che per intendere i fenomeni del mondo fisico, bisogna averne un’immagine preesistente inconscia. In questo modo, la scoperta non è mai scoperta, ma riconoscimento di simboli e archetipi dell’inconscio. Espresso in altri termini, noi possiamo conoscere solo ciò che possiamo intendere grazie alla nostra libreria innata di simboli.

Pauli, a supporto della sua argomentazione, porta l’esempio delle radiazioni. Cosa ci permette di percepire quelle onde? La sua risposta è che in ognuno di noi pre-esiste l’archetipo degli opposti, e grazie a quell’archetipo noi possiamo intendere la figura sinusoidale di una radiazione.

A questo punto non mi sembra che una teoria scientifica possa essere concettualmente molto diversa da un mito o una favola, almeno da un punto di vista psicologico.

Se la scienza è, quindi, la somma delle storie costruite a partire da quanto possiamo intendere della realtà, dati i limiti della natura umana, forse è bene cominciare a mettere in discussione ogni certezza e rivalutare le nostre capacità di percepire il mondo, magari dando più spazio alle sensazioni e alle percezioni e meno all’illusione dell’infallibilità della ragione.

Questa è solo la prima parte della storia. Tratterò ancora l’argomento “scienza” nei prossimi giorni. Ora vi lascio ad un estratto del libro di Pauli, Psiche e Natura.

Giorno 20: Psiche e Natura

Che si parli di “partecipazione delle cose di natura alle idee” o di “proprietà delle entità metafisiche – ossia, reali in sé” -, il rapporto tra percezione sensoriale e idea rimane conseguenza del fatto che tanto la mente di chi percepisce quanto ciò che viene riconosciuto mediante la percezione sono soggetti a un ordine pensato come oggettivo.

Ogni riconoscimento parziale di un tale ordine naturale conduce alla formulazione di tesi che da un lato attengono al mondo dei fenomeni, dall’altro lo trascendono in quanto utilizzano, “idealizzando”, concetti logici universali. Il processo di comprensione della natura, come pure l’intensa felicità che l’essere umano prova nel capire, ossia nel prendere coscienza di una nuova verità, sembra basarsi su una corrispondenza, sulla concordanza tra le immagini interne preesistenti nella psiche umana e gli oggetti del mondo esterno con le loro proprietà.

Queste immagini originarie, che la mente percepirebbe grazie a un “istinto” innato, vengono chiamate da Keplero “archetipiche”. Le somiglianze con le “immagini primitive”, o archetipi, introdotte in psicologia da C.G. Jung come “istinti dell’immaginazione” sono numerose. La moderna psicologia, fornendo la prova che il raggiungimento della comprensione è un processo laborioso, guidato da processi inconsci agenti ben prima che il loro risultato venga formulato coscientemente in termini razionali, ha di nuovo attirato l’attenzione sugli stadi arcaici e preconsci della conoscenza. A questo livello, invece di concetti chiari e distinti, vi sono immagini dal forte contenuto emozionale, che non sono pensate, ma piuttosto intuite con immaginazione quasi pittorica. In quanto “espressione di uno stato di cose vagamente intuito, ma ancora sconosciuto”, queste immagini possono anche venire definite simboliche, secondo la definizione di simbolo proposta da Jung. In qualità di principi ordinatori e formativi di immagini in questo mondo di immagini simboliche, gli archetipi svolgono appunto la funzione di quel ponte da noi cercato tra percezioni sensoriali e idee e sono dunque una precondizione necessaria anche per la formazione di una teoria scientifica della natura. Non bisogna tuttavia cadere nell’errore di attribuire questo a priori della conoscenza alla mente cosciente e di collegarlo a idee definite esprimibili in termini razionali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *